Il tabù (e la tentazione) del vino in Bag in Box
Molti lo fanno, nessuno ne parla.
Le Doc: "Ancora associato a bassa qualità"
Poco più del 3,5% del commercio mondiale di vino passa attraverso il Bag in Box. Ma attorno a questo formato, che tanto piace ai mercati scandinavi e britannici, c’è ancora scetticismo. Questa “busta in una scatola“, inventata nel 1955 dal chimico statunitense William R. Scholle e applicata per la prima volta dieci anni dopo nel vitivinicolo da Thomas Angove, in Australia, ha ormai settant’anni. Ha fatto la sua parte nella storia del vino e oggi è una voce imprescindibile degli scambi internazionali. Non certo la principale ma importante, in una fase in cui il consumatore guarda a prezzo, praticità e sostenibilità. L’Italia ha scoperto, di fatto, il bag in box con la pandemia nel 2020. La grande distribuzione lo ha adottato progressivamente a fianco, e in sostituzione, alle classiche damigiane in vetro. I vini comuni e quelli Igt lo hanno utilizzato ampiamente e diversi vini a Doc hanno scelto di esplorarne le opportunità.
Ovviamente, su questo contenitore pratico e leggero, il giudizio dei produttori, tra chi lo considera utile e chi uno svilimento del vino, non è unanime come si è visto recentemente per la Doc Langhe Nebbiolo. I cambiamenti devono essere discussi e digeriti. E in un contesto come quello italiano, tradizionalista e meno incline all’innovazione rispetto ad altri, le tempistiche si allungano. Ma qualcosa si sta muovendo e il dibattito è acceso.
Novità nelle Marche. Ci crede il Lacrima di Morro d’Alba
Il Covid aveva indotto i vini tutelati da Imt Marche a fare il grande passo e ammettere il bag in box per rispondere, come ricorda il direttore Alberto Mazzoni, all’esigenza di praticità dei consumatori e al gran numero di dame in vetro circolanti sul mercato: «Abbiamo risparmiato su costi dei trasporti, confezionamento e guadagnato in praticità e sostenibilità, con una presa d’atto dei produttori che è passata abbastanza facilmente in assemblea. Anche perché all’interno dei Bag in Box non ci sono prodotti scadenti ma vini di qualità». E dopo i vari Verdicchio (Jesi e Matelica), Colli Maceratesi, Rosso Conero ora è il turno del Lacrima di Morro d’Alba, che sta per modificare il disciplinare introducendo il Bag in Box, assieme a una versione rosata. Per ora, non si muovono altre denominazioni marchigiane come Bianchello del Metauro (il cui disciplinare risale al 2002) e Colli Pesaresi. Dipenderà dalla volontà dei singoli comitati delle denominazioni interne all’Istituto marchigiano tutela vini.
I risultati nella Doc Piemonte: quota salita al 40%
La Doc Piemonte, all’interno del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato, ammette il formato bag in box, che sta guadagnando gradualmente spazi di mercato. Lo sottolinea il presidente Vitaliano Maccario: «Un formato fondamentale soprattutto nei Paesi nordici, dove il 3 litri risponde perfettamente alle esigenze dei consumatori in termini di consumo responsabile e conservazione del vino. Non è un caso che questo formato sia passato dal rappresentare circa il 30% della Piemonte Doc nel 2020 fino al 40% nel 2025». Per Maccario, i formati alternativi alla bottiglia sono un tema centrale per molte Doc «soprattutto quando si parla di sostenibilità, praticità e risposta concreta alle abitudini di consumo di alcuni mercati». Può essere una leva strategica per valorizzarle «quando è inserito in disciplinari chiari e rigorosi, capaci di garantire qualità, tracciabilità e identità del prodotto».
Sì, ma con riserva da Pinot Grigio e Vermentino di Sardegna
Il Pinot Grigio Doc delle Venezie è probabilmente la più grande Doc che ammette in Bag in Box in Italia. Tuttavia, posto che non esistano monitoraggi interni sulla quota confezionata in questo formato, il direttore del Consorzio, Stefano Sequino, spiega che «oggi è utilizzato in modo marginale». Il dibattito è delicato. Il tema dei formati alternativi cammina spesso con quello sulle chiusure: «L’esperienza del tappo a vite è emblematica: oggi è una soluzione ampiamente riconosciuta e di successo nei mercati esteri, dove è ormai associata a determinate tipologie e a standard qualitativi consolidati. Talvolta – riflette Sequino – i sistemi di chiusura, così come materiali e formati alternativi, sono penalizzati da una percezione non corretta e associati a un posizionamento inferiore, nonostante in alcuni casi possano configurare una soluzione tecnicamente idonea e coerente con le esigenze del prodotto e le richieste del mercato».
Situazione analoga in un’altra grande Doc bianchista, il Vermentino di Sardegna (che ammette il Bag in Box). «Considerando le basse giacenze – afferma il presidente Giovanni Pinna – l’attuale disponibilità di Vermentino non è sufficiente neppure per gli ordinari imbottigliamenti, figuriamoci per i bag in box. Oggi se c’è sul mercato un litro di Vermentino in più, che tra l’altro ha superato la soglia dei 2 euro al litro, c’è sempre qualcuno che lo compra. Pertanto – sottolinea – pochissime aziende confezionano in Bag in Box». Inoltre, ma questo è il parere personale dell’enologo Pinna (Sella&Mosca), sono formati che in qualche modo «sviliscono le Dop» e che «non sono l’arma giusta per conquistare i mercati».
La Doc Manduria chiude al formato easy
Chi non ne vuole sentire assolutamente parlare è il Consorzio vini Manduria. In sostanza, la Doc Primitivo deve restare nel formato in bottiglia (più volte la denominazione è stata tirata in ballo per il peso esagerato del vetro): è una questione di identità.
«Siamo scettici sull’introduzione del formato bag-in-box per il Primitivo di Manduria perché – afferma al settimanale Tre Bicchieri il vice presidente Roberto Erario – va oltre una questione di praticità o convenienza e tocca la filosofia identitaria. La bottiglia non è un semplice contenitore, ma un simbolo del vino e del territorio che rappresenta. Il gesto di stappare una bottiglia di Primitivo di Manduria è un rito che accompagna il vino stesso, che non può essere replicato da un Bag in Box. Il nostro vino è corposo, pieno, complesso, capace di accompagnare i pasti ma anche di essere degustato lentamente, come vino da meditazione. Ogni bottiglia racconta la storia di viticoltori, territorio, tradizione. Introdurre il Bag in Box significherebbe snaturare, anche simbolicamente, questa esperienza».
Cosa ne pensano le grandi Docg toscane
La legge sul vino italiano non ammette il Bag in Box per i vini a Docg. Per questo motivo, il tema non è sul tavolo di grandi consorzi come quelli toscani. Non lo è per il versatile Chianti Docg, impegnato attualmente con la modifica del disciplinare che introduce il rosato (con il low alcol sullo sfondo), e non lo è per il Chianti Classico. Tuttavia, la direttrice del Consorzio del Gallo Nero, Carlotta Gori, riflette su un tema tecnico, ampiamente accettato da tutti i grandi rossi italiani: «Non condividiamo l’utilizzo del bag in box per il Chianti Classico. Riteniamo sia un contenitore non adatto a vini destinati a un medio-lungo invecchiamento e a prodotti che si posizionano su una fascia di mercato medio-alta». Su questo punto non c’è proprio nulla da discutere
FONTE: Gambero Rosso
